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Toni Servillo

  • proscenioweb
  • 6 mag 2021
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 9 mag 2021

C’è un eterno motivo legato al teatro: il luogo in cui ci si perde per ritrovarsi. Lo sottolinea un grande uomo di teatro come Louis Jouvet, ed in questo consiste la sua poesia.



di Toni Servillo

Maggio 2019


L’ossessione di rendere vivo qualcun altro che è diverso da te, è l’occasione appunto per capire cosa è diverso da te. Io ho sempre pensato che l’esperienza del teatro ti migliora dal punto di vista intellettuale, umano, ma col passare del tempo sento che questa tensione a migliorarsi è esattamente proporzionale alle parti peggiori di te, che tu scopri mentre ti migliori. Jouvet da questo punto di vista è un faro, perché non ha mai disgiunto questa sua tendenza quasi misticheggiante dalla concretezza del fare teatro nella sua manifestazione anche più tenera ma più bassa.

Ha avuto una grande importanza per me aver letto con avidità, e divulgato, i suoi libri e i suoi scritti. E non parliamo di un guru, parliamo di qualcuno che è stato un divo del grande cinema, un uomo brillante. Ma quello che è incantevole nei grandi attori è questa capacità nel riuscire a farci capire che questo perdersi e questo ritrovarsi, questo tentativo di conoscere per migliorarsi, è una sorta di partita infinita destinata continuamente a essere un fallimento. Se lo metti in circolo, il perdersi e ritrovarsi, migliorarsi scoprendo il peggio di te, sentendoti inadatto rispetto ai giganti che vai a trattare, intanto ti ridimensioni, ti fai come gli altri, cioè piccolo. Proprio il contrario della tensione al grande attore, all’istrionismo.

Quello che, durante le sue lezioni al Conservatoire d’Art Dramatique di Parigi nel 1940, Jouvet chiede continuamente alla sua allieva Claudia/Elvira è di abbandonarsi, avere disponibilità a entrare in questo territorio, nuda, senza difese: questa tensione ad abbandonare le difese è difficile, però ci fa umili. Questa passione divorante è un tentativo continuo di sottrarre l’ego, togliere il sé mettendosi totalmente a disposizione dell’avventura teatrale.

Del resto, io credo che il mestiere dell’attore in questi anni conosca, sul piano popolare, una sorta di banalizzazione, quando non di volgarizzazione, legata esclusivamente a un talento, che molto spesso è solo espressione generica di una capacità funambolica, che ha poco a che fare con l’interpretazione di un classico e di un personaggio, rispetto al quale di questo talento non sai cosa fartene. Serve allora una sorta di cultura personale e di disciplina, capace di mettere in discussione tutto questo, perché gli attori sappiano che quando si misurano con un testo si confrontano con un materiale poetico, che essi stessi devono diventare poesia vivente.

Proprio pensando a Jouvet, ritengo che gli attori debbano essere poeti, lungo la linea della loro carriera, per un modo di stare al mondo, per una visione del mondo.



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